Agricoltura significa cibo: nelle nostre terre soprattutto vite, che dà il vino, e frumento , che dà il pane.
Ai nostri giorni, quando si parla di cibo e in particolare di vino, l’‘antico’ sembra godere di ampio credito, per lo meno pare rappresentare una sorta di valore aggiunto. Per la verità assai spesso questo ‘antico’ è solo una parola generica, vuota, che serve a evocare un’immagine altrettanto generica e vuota della storia.
La storia è chiamata in causa come luogo della ‘nascita’, delle ‘origini’, delle ‘radici’ di questo o quel vino, prodotto tipico, specialità, di questo o quel luogo. Soprattutto vengono evocate le ‘radici’. É questa una parola che si fa sempre più fatica a sopportare. Sembra un’ansia tipica del nostro tempo, tutti sono alla ricerca di una qualche ‘radice’!
Autenticare il presente richiamando il passato, legittimare quel che si fa oggi raccontando che si faceva già una volta ha troppo spesso un fine biecamente commerciale; e l’espressione ‘una volta’, storicamente insignificante, esprime la natura ‘vuota’ di questi discorsi. La storia vera è un’altra cosa!
Allora un approccio veramente storico al vino e al cibo in generale può farci capire meglio le cose.
La vite per l’Oltrepò è vita, da molto e molto tempo: nel territorio di Casteggio fu rinvenuto un tronco di vite fossile (oggi perduto), nell’anno 1876: si trattava di un esemplare di Vitis vinifera L. a crescita spontanea, soppiantata in seguito dalle varietà coltivate (dette anche “vitigni”), che nell’opinione corrente fu introdotta nelle nostre terre dagli Etruschi nel VI secolo a.C.
La vite comune (Vitis vinifera L.) appartiene alla famiglia delle Vitaceae, che comprende circa 70 specie di vite (generi Vitis L. e Muscadinia Small) distribuite dalle Americhe all’Europa ed all’Asia, in condizioni climatiche subtropicali, mediterranee e temperato-continentali. Essa fa parte, assieme all’olivo, al fico comune, al melograno e alla palma da dattero, del più antico gruppo di piante arboree da frutto coltivate nell’area mediterranea. Le prime tracce archeologiche che attestano la sua domesticazione e la sua coltivazione risalgono al periodo compreso tra l’VIII e il VI millennio a.C., in una zona geografica compresa tra il Mar Nero e l’Iran. Da questa area primaria di domesticazione, varietà coltivate si sarebbero diffuse nel Vicino e Medio Oriente e in Europa meridionale; col tempo, la continua selezione operata dagli agricoltori e fenomeni di domesticazione secondaria hanno contribuito alla costituzione e all’affermazione di vitigni con particolari caratteristiche sia agronomiche sia organolettiche. Nel Mediterraneo Orientale la coltivazione della vite è attestata in area egea, a Cipro e a Creta in particolare, a partire dal terzo millennio. In Grecia il vino diventò il protagonista del simposio, la pratica conviviale connotata di un valore altamente culturale, indice di civiltà, e la coltivazione della vite venne migliorata e adattata a climi meno ostili. In Italia meridionale, a partire dall’VIII secolo a.C., si assistette ad un ulteriore affinamento della viticoltura che si espanderà ben presto a tutta la Penisola.
La diffusione della cultura della vite e del vino nelle nostre terre oltrepadane è legata alle dinamiche microclimatiche, che solo nell’età del Ferro e dopo l’VIII secolo a.C. hanno consentito l’impianto di varietà mediterranee; altrettanto dipende da cambiamenti economici, demografici e sociali determinati dalle forme di popolamento protostorico.
Quando iniziò il lento processo di introduzione della vite coltivata nell’Italia meridionale (siculo viino – cfr. miceneo woinos, greco oinos), a partire dalla media età del Bronzo (XVI secolo a.C.), la parte settentrionale della penisola era ancora caratterizzata dai rigori del periodo climatico sub-boreale.
C’era la vite selvatica, come accennato, che per lo scarso e oscillante tenore zuccherino non poteva salire a un ruolo alimentare ed economico simile a quello di altre bacche, il corniolo, ad esempio, il sambuco, la mora di rovo. Probabilmente grazie al commercio miceneo, inizia una complessa operazione di lento adattamento e innesti su viti selvatiche locali; poi le influenze incrociate della viticultura etrusca dal centro e di quella massaliota da ovest (la colonia di Marsiglia fu fondata dai Greci verso il 600 a.C.), vi è un cambio di passo nella viticultura. Ma certo ciò può avvenire perché, dopo l’VIII secolo a.C. finisce l’oscillazione climatica fredda.
L’archeologia attesta per il VI secolo presso i Liguri, accanto al consumo prevalente di birra, l’uso del vino (che Strabone, in età augustea, definirà «scarso, resinato e aspro»): esso assume un ruolo sempre più importante nel V e IV secolo. Prima era in voga la coltivazione di uva selvatica: la parola celto-ligure ‘labrusca’ la indicava (ed ha un residuo ancor oggi nella viticoltura del lambrusco). Essa veniva coltivata ‘maritandola’ all’olmo o all’acero, con il sistema dell’alberata (arbustum gallicum), ancor oggi praticato in alcune regioni d’Italia e d’Europa (merita di essere segnalata la sopravvivenza toponomastica della località Narbusto, nei pressi di Casteggio).
Ancora all’inizio del II secolo d.C. Tacito descrive le campagne intorno a Cremona e quelle della Lomellina come un groviglio di viti e alberi. E proprio dalla Lomellina (Garlasco) proviene una statuetta in terracotta, di probabile età augustea-tiberiana, raffigurante un vignaiolo, che tiene una roncola e un grappolo d’uva.
Per la Liguria interna un elemento caratterizzante è una pece vegetale (nematurica/nemeturica, da nemeton, ‘bosco sacro’) ricavata dal peccio e dal pino silvestre, per conservare e insaporire il vino. Ciò evidentemente in concorrenza col vino di Marsiglia, legato alla tradizione del vino resinato.
Nella pianura emiliana occidentale si sviluppa l’eredità della labrusca, fino alle produzioni attuali. A nord del Po, invece, è ricordata da Plinio la coltivazione in alteno di rossi robusti, come quello derivato dall’uva ‘spionia’, capace di sopportare il caldo, le piogge e le nebbie (odierno Nebbiolo: Spanna).
Una delle viti più importanti coltivate in Cisalpina era la vitis Raetica, che prende il suo nome dal toponimo Raetia, una regione che anticamente si estendeva dal Danubio al Canton dei Grigioni e comprendeva il Tirolo e la Lombardia settentrionale. Il vino Retico è stato lodato dai più grandi poeti e scrittori, come Virgilio, Marziale e Svetonio; quest’ultimo riferisce che anche l’imperatore Augusto, sebbene bevesse alcolici moderatamente, gradisse in modo particolare questo tipo di vino. Plinio il Vecchio ne indica come luogo d’origine l’agro veronese. I vini della Venetia erano celebrati da Anneo Floro per la loro dolcezza. Il territorio veronese dovette ricoprire in epoca romana il ruolo di maggior produttore ed esportatore di vini pregiati, antenati illustri degli attuali Valpolicella, Bardolino, Custoza e Soave.
Nel territorio aquileiese crescevano i vigneti del Pucinum vinum, un vino dotato di una forte dose zuccherina, al quale l’imperatrice Livia, moglie di Augusto, vissuta sino all’età di 86 anni, attribuiva il segreto della sua longevità.
Nell’area Cisalpina occidentale esistevano altre viti: in Piemonte, per esempio, era diffusa la vitis Allobrogica, che raggiungeva la maturazione in luoghi freddi e dava frutti di colore nero.
Lento, comunque, è il lavoro di selezione e ingentilimento di vitigni selvatici: su di essi verranno innestati vitigni più redditizi e si sperimenteranno tecniche di coltivazione più adatte al clima.
Nell’Antologia greca, IX, Epigr, 561, si ricorda che «i Celti delle Alpi, sempre coperte dai ghiacci, non possono avere che viti selvatiche», affermazione che dai moderni è stata letta anche come indizio di precoce utilizzo della tecnica dell’Eiswein, per elevare il tasso zuccherino dell’uva che cresce in zone elevate, ben esposte al sole, ma legate a una stagione vegetativa abbastanza breve, a causa dei freddi precoci.
Ma certo dalla fine del II secolo a.C. si diffondono le tecniche della viticoltura greca. In particolare, la tecnica della potatura corta e l’uso del sostegno morto (carax, carasso, termine ancora presente nei dialetti locali) ridurranno la coltivazione della labrusca (che comunque perdurerà per il consumo domestico e la produzione dell’aceto) e la diffusione dell’alberata.
Risulta tipico l’uso di bere vino puro, ossigenato attraverso l’uso di botti di rovere e fiasche a trottola, che anticipano la forma dei nostri decanter.
Prima ancora di illustrare le tipologie abitative dell’Oltrepò pavese in età romana, va aperto un focus sulle tecniche costruttive: e appare da subito chiaro come, in un’area interessata dalle estreme propaggini dell’Appennino, risulti predominante l’impiego di tecniche litiche, con una decisa prevalenza del ciottolo di fiume, generalmente usato intero, anche se di pezzatura grande. I mattoni sono documentati in rari casi, a Broni, Campospinoso, Castelletto di Branduzzo. Il legante può essere costituito da malta di calce, da argilla o essere addirittura assente.
Vi è poi una buona attestazione – in Oltrepò, come generalmente in Cisalpina – della cosiddetta ‘tecnica mista’, che vede, cioè, l’uso contemporaneo di materiali lapidei (qui ciottoli) e laterizi (siano essi mattoni, tegoloni, coppi, interi o frammentari). Questo uso va interpretato come fattore di sfruttamento completo delle risorse naturali dell’ambiente: ciottoli di fiume e argilla, appunto.
L’impiego dei due materiali dà luogo a una notevole varietà tecnico/formale. Sulla base delle nostre conoscenze, sembra maggiormente documentata una tecnica litica a ciottoli con sporadica presenza di laterizi in frammenti, distribuiti in maniera casuale: solo raramente essi appaiono collocati in particolari porzioni della muratura, con fine di consolidamento statico e regolazione della costruzione, ad esempio agli angoli, nei contrafforti, ecc. La presenza o meno di legante non risponde a regole precise.
Ciottoli e mattoni servivano di regola per realizzare gli elementi di fondazione. La maggior parte degli edifici rurali presentava un alzato parietale in materiali leggeri o deperibili: principalmente argilla e legno, cui potevano accompagnarsi altre fibre vegetali come le canne palustri o le ramaglie (difficili da riconoscere a livello archeologico). Ciò non deve far pensare a soluzioni di scarsa qualità e pregio: è comprovato che su pareti di argilla cruda potessero essere applicati addirittura intonaci decorati a fresco. Del resto, se si pensa al problema statico-strutturale dei carichi e delle tensioni delle membrature in pareti a telaio ligneo, si capirà che queste strutture comportano in effetti una complessità concettuale molto alta, e quindi una abilità tecnica altrettanto alta.
Già prima dell’arrivo dei Romani, del resto, la presenza di popolazioni etrusche (VI-V sec. a.C.) aveva portato alla diffusione – accanto a semplici capanne – di case munite di fondamenta in pietra, alzati in materiali deperibili, tetti in legno e materiali leggeri come fasci di canne, erbe palustri, paglia, in sostanziale continuità con le pratiche costruttive pre/protostoriche. Tali tecniche continuano in epoca celtica (IV-III sec. a.C.).
Le tipologie abitative attestate nelle campagne oltrepadane rientrano pienamente nel panorama generale cisalpino. Si va dall’edificio con funzione esclusivamente residenziale (nei fatti piuttosto raro), privo di alcuna connotazione economico-produttiva, a edifici di carattere misto, residenziale-produttivo e alle cosiddette ‘ville rustiche’ (con ridotto spazio residenziale), per finire con la tipologia più rappresentata, quella della casa colonica o piccola fattoria, nella sua grande varietà di soluzioni architettoniche, strutturali, planimetriche. In genere, la sua peculiarità è costituita da un’articolazione in semplice e limitata sequenza dei vani, in numero di due/quattro; a volte sono presenti ambienti accessori, stalle, magazzini, non direttamente collegati alla struttura principale, ma separati da un’aia.
Dalle indagini archeologiche emerge un’alta frequenza degli insediamenti umani nelle campagne dell’Italia settentrionale romana, distribuiti in modo da costituire un tessuto organico, sempre perfettamente adattato alla morfologia del terreno.
La distribuzione per centri abitati minori, per pagos vicosque (distretti e villaggi), fu a lungo una delle forme di insediamento più tipiche del contesto extraurbano. Questo sistema, caratterizzato da edifici modesti e da un notevole frazionamento delle proprietà, ricalcò spesso l’organizzazione preromana per villaggi sparsi.
Anche la villa rustica, la cascina, si diffuse ampiamente in Cisalpina, con tipologie e dimensioni differenti. Alle sue dipendenze potevano essere case coloniche più piccole, anche ridotte a un unico locale.
Oltre alla produzione destinata alla sussistenza, gran parte di queste aziende agricole producevano beni destinati al commercio, che fecero dell’Italia settentrionale un territorio economicamente molto fiorente e competitivo. Questo sistema di piccole, medie e grandi proprietà si consolidò in età tardo-repubblicana (alla fine del I secolo a.C.), raggiunse la sua massima espansione agli inizi del principato (per tutto il I secolo d.C. e parte del II) e rimase vitale fino al II-III secolo d.C., quando iniziò – per cause economiche e cambiamenti climatici – un processo di abbandono e spopolamento sempre più intenso.
In valle Staffora e – più in generale – in Oltrepò Pavese, grazie alle ricerche archeologiche condotte nell’ultimo trentennio, è stato possibile avviare la ricostruzione di un paesaggio rurale antico, che riflette queste dinamiche di occupazione e popolamento.
La ricostruzione del paesaggio rurale antico risulta spesso difficile a causa della scomparsa o della modificazione della maggior parte dei centri abitati e degli elementi antropici che lo caratterizzavano in passato.
Un buon indicatore per la loro individuazione, in assenza di tracce dirette (si tenga presente che spesso – soprattutto nel caso di edilizia povera – i materiali costruttivi erano di natura deperibile, come legno, rami, terra pressata, ecc., quindi molto difficili da riconoscere oggi nel terreno), è offerta dalle sepolture rurali, che sempre si accompagnavano alle strutture abitative.
Le sepolture, dunque, forniscono una serie di dati non solo sulla comunità di riferimento nei suoi aspetti economici, culturali, sociali e ideologici, riconoscibili attraverso il tipo di sepoltura e i corredi, ma anche sull’organizzazione del territorio nel quale la comunità stessa abitava, sulla tipologia e la distribuzione dei centri e delle reti viarie, sulla divisione dei terreni coltivati.
Un contesto sepolcrale non è mai isolato, implica una serie di relazioni con l’ambiente circostante.
Il ritratto romano in Cisalpina è prevalentemente funerario. Numerose sono le rappresentazioni del defunto togato, come civis, cittadino, uno status di cui essere fieri e orgogliosi. Generalizzate sono anche le immagini femminili, con schemi di abbigliamento desunti da modelli ellenistici.
Il ritratto funerario compare frequentemente sulle stele, su cui sembra aver maggior spazio la rappresentazione del busto, rispetto alla figura intera.
Comune è un fondo di realismo, tipico della mentalità romana: il ritratto deve inserire un individuo nella dimensione storica; quindi, deve riprodurre un volto per quello che è, con le sue imperfezioni, segni di vecchiaia, ecc. Certamente, col tempo e con l’aumentare delle influenze della cultura greca, il realismo può essere mitigato da un po’ di idealizzazione.
Bisogna riconoscere che il livello artigianale di molti prodotti – come quelli oltrepadani, proprio – tra la fine del I secolo a.C e il I d.C. annulla esiti sia di realismo analitico sia di idealizzazione, e porta a un’immagine che risulta in pratica una ‘formula’: i volti, ad esempio, appaiono tendenzialmente triangolari, gli occhi sono molto incavati, la bocca è ridotta a un taglio, a una fessura, ecc. La volontà di affermare una personalità storica si trasferisce nell’iscrizione, che ricorda il nome e la carriera del rappresentato.