Per gli archeologi le anfore sono utilissimi indicatori di produzioni e rotte commerciali. Le principali derrate alimentari, infatti, erano trasportate in anfore. Oltre a vino, olio, salsa di pesce, il contenuto delle anfore era costituito anche da alimenti non ancora lavorati, come grano, olive, frutta, pesce, molluschi. Ciò determinava una differenza di forma: le anfore vinarie, ad esempio, erano alte e slanciate, rispetto alle panciute anfore olearie. L’argilla, con cui erano fabbricate, garantiva buone condizioni di conservazione. La struttura del recipiente era funzionale al trasporto (un’anfora a pieno carico poteva pesare svariati chili): imboccatura stretta, facilmente chiudibile con un tappo in sughero o in terracotta, sigillato con pece o calce; un corpo capiente, due anse robuste per sollevare il vaso; un puntale che facilitasse lo stoccaggio nella stiva di una nave o su un carro.
Accanto a manifatture locali, anche di piccole aziende, destinate quindi a soddisfare produzioni limitate, nella tarda repubblica, a partire dal II e soprattutto durante il I secolo a.C. si andò organizzando una fabbricazione di tipo ‘industriale’ per andare incontro alle necessità dello sfruttamento agricolo intensivo, risultato delle politiche imperialistiche di Roma. Ciò portò rapidamente alla standardizzazione delle forme e alla diffusione ‘universale’ delle medesime. La frequente presenza di un bollo di fabbrica consente di risalire a fabbricanti, proprietari della fornace e luoghi di produzione.
Al momento dell’arrivo a destinazione, le anfore venivano svuotate in contenitori più piccoli e solitamente gettate, perché difficilmente riciclabili: potevano allora essere impiegate per bonificare, drenare aree umide o per sostruire le fondazioni di case coloniche o ville rustiche. In età tardoantica potevano essere segate e impiegate a fini funerari, sia per contenere le ceneri del defunto cremato, sia per fare da ‘cassa’ (segate in verticale) al defunto, soprattutto infante o giovane.
Si intuisce facilmente, dunque, come i luoghi di produzione di questi contenitori, le destinazioni di mercato, la tipologia (vinaria, olearia, ecc.) siano chiari indicatori di rotte commerciali, mercati, consumo di prodotti.
Gran parte delle spedizioni avveniva per mare o fiume; il trasporto per terra, a trazione animale, era lento e costoso. Cura particolare era riservata alle modalità di carico: un attento stivaggio non comprometteva la stabilità dell’imbarcazione (ma anche del carro), favoriva carichi cospicui, evitava rotture dei contenitori. Le anfore venivano impilate su più livelli, inserendo i puntali dello strato superiore tra i colli di quello sottostante; i pezzi dello strato di base erano sistemati su sabbia o ghiaia. Gli interstizi erano riempiti di paglia o spesso da quella che si definisce merce ‘parassitaria’ o ‘di accompagno’; soprattutto ceramica da consumo per le sostanze trasportate: coppe, bicchieri, piatti, brocche, olle, ecc.
L’archeologia classifica le anfore sulla base dell’area di produzione (greche, greco-italiche, etrusche, romane). Sono state riconosciute numerose tipologie, che ricevono il nome dalle località di ritrovamento (Ostia 55, ad esempio), da un contesto di scavo (Agorà di Atene M273), da uno studioso che se ne è occupato (Dressel 1), da una caratteristica precisa (‘a piede cavo’), da un periodo di diffusione (late Roman 9).
Si è già ricordato come spesso sia presente un bollo impresso con un punzone prima della cottura del recipiente, vero e proprio ‘marchio di fabbrica’. La funzione e la provenienza di un’anfora possono essere dichiarate, invece, dai cosiddetti tituli picti, ossia scritte riportate sul collo del contenitore con indicazioni commerciali, quasi una bolla di accompagnamento: natura della merce, nome del mercante, luogo della spedizione. Vanno ancora ricordati i graffiti, come controllo di produzione, quantità trasportate, ecc. La moderna tecnologia, ovviamente, consente di analizzare le tracce del contenuto assorbito dalla porosità del contenitore.
Nel territorio oltrepadano sono rappresentate in grandi quantità le anfore vinarie.
È soprattutto dopo le Guerre Puniche (fine III inizi II sec. a.C.) che il commercio del vino romano assume una diffusione su larghissima scala. Certamente già prima esso era molto apprezzato dalle diverse genti celtiche, che lo avevano conosciuto prima di tutto nella Valle del Po grazie ai commerci etruschi (si ricordi la notizia di Livio, 5,35, sulle cause del sacco di Roma del 390 a.C.).
La prima forma di anfora standardizzata per un commercio su scala molto ampia si diffonde dalla metà del II secolo per tutto il I secolo a.C. in area tirrenica: essa prende il nome di Dressel 1, dallo studioso che ne fissò la tipologia: essa trasportava vini pregiati come il Fundanum, di Fondi, il Formianum, di Formia, il Falerum e il Caecubum della regione vesuviana, ed era diffusa nelle Gallie, nella penisola Iberica, nel Marocco.
Contemporaneamente si afferma un altro tipo di contenitore, Lamboglia 2 (sempre dal nome dello studioso che lo classificò), di forma più panciuta e probabile produzione adriatica, indirizzato verso altri canali commerciali, orientali, del mare Egeo.
Grazie alla presenza del Po e dei suoi affluenti, l’Italia settentrionale – in particolare l’Oltrepò pavese – risulta strettamente connessa con il traffico orientale (già dai tempi dell’emporio di Spina, come visto). Minore appare la domanda di vino tirrenico. Questo dicono le anfore ritrovate nelle nostre terre.
Tuttavia, non si deve dimenticare la presenza di una importantissima via di terra, la Postumia, da Genova ad Aquileia, in Istria. Quindi, al di là di oggettive difficoltà di trasporto di generi alimentari ‘pesanti’, pur con esiti limitati, questa via dovette costituire una sorta di corridoio commerciale tra le due rotte.
Questi fattori condizionarono fortemente anche l’arrivo nelle nostre terre di anfore dalle province celtiche e spagnole. Per questo è accertata la presenza di piccole quantità di anfore spagnole anche nella parte occidentale della Cisalpina, provenienti da rotte terrestri.
L’Oltrepò in particolare sembra collocarsi proprio in mezzo: le anfore spagnole provenienti dallo scavo in Valle Staffora non danno informazioni sulla rotta di arrivo: ma è probabile che sia la via Postumia; certamente attestano potenzialità economiche notevoli da parte di chi viveva là.
La prosperità di queste terre è confermata anche dalla presenza di contenitori per i grandi vini di Rodi, del Lazio e della Campania. Ma qui si deve usare cautela: questi vini erano tanto famosi e costosi da indurre disonesti produttori a operazioni di contraffazione, per intercettare i mercati più ricchi. Solo eventuali analisi delle argille delle anfore potranno togliere i dubbi circa la reale provenienza e natura di quei prodotti!
La gran parte delle anfore ritrovate a Rivanazzano proviene dall’Istria e da officine locali della valle del Po, specialmente le anfore olearie.
In sostanza, però, quale risulta essere il quadro delle anfore romane della Cisalpina? Soprattutto, quali anfore dalla Cisalpina vanno su altri mercati?
Nell’Italia settentrionale sono attestate anfore con corpo piriforme, spalla poco accentuata, collo allungato e anse a sezione circolare, denominate Dressel 6, prodotte in Veneto ed Emilia; esse erano commercializzate verso l’Europa centrale e – attraverso l’Adriatico – nell’intero bacino mediterraneo.
Al momento pare che l’enorme successo di questo tipo di anfora abbia convinto ad adottarlo anche i piccoli produttori locali – compresi quelli della Valle Staffora e, più in generale, dell’Oltrepò pavese – che volessero immettere sul mercato i loro prodotti.
Alla fine del I secolo d.C. si manifesta un calo della produzione e conseguentemente dell’esportazione, forse per la crisi del sistema schiavistico in agricoltura, soppiantato dal salariato, e per la concorrenza sempre più decisa dei prodotti gallici e spagnoli in tutto il mondo romano.
Vi è da ricordare, però, che a partire dal II secolo d.C. le anfore cominciano a essere sostituite dalle botti in legno, che archeologicamente sono difficili da riconoscere per la deperibilità del materiale, ma sono ben attestate sui rilievi funebri di produttori e commercianti.
Per quel che riguarda le anfore olearie, in Cisalpina son presenti, come accennato, quelle di produzione e provenienza istriana, Dressel 6b, e quelle a diffusione pressochè universale del tipo ‘Brindisi’, cui si affiancano le Dressel 20 della provincia spagnola della Betica dalla metà dell’età augustea; più tardi (metà III secolo d.C.) compare la produzione nord-africana (Tunisia). Non v’è esportazione locale.